La sentenza Google – Vividown
Un pensiero sulla sentenza di condanna dei manager di Google emessa ieri.
I temi sono delicati e quindi spero di non essere frainteso. Io di mio ci metterò quanta più attenzione possibile.
L’articolo più sprezzante che ho letto è quello di Anna Masera su La Stampa che usa l’analogia della società Autostrade che non controlla la patente di chi ci entra e che quindi nessuno si sogna di interpellare se un minorenne si fa l’autosole alla guida di una fuoriserie.
I toni in alcuni punti sono duri e sono quelli di chi ama la Rete e quello che rappresenta. La capisco, davvero.
Comunque non è questo il (mio) punto. Provo a fare un passo indietro.
Ai ragazzi che hanno compiuto questi atti nei confronti di un ragazzo autistico, che hanno filmato deliberatamente tutto e deciso di pubblicare i video su Internet sono stati assegnati una decina di mesi di volontariato (immagino qualche ora alla settimana).
La bolla mediatica ci sta facendo dimenticare che i primi artefici – i colpevoli – di tutto questo sono loro.
Che l’attacco deliberato e (permettimi i toni) orrendo l’anno compiuto loro e nei confronti di una persona indifesa.
I compagni di classe guardavano e se ne sono fregati. Insegnanti e preside non mi risultano pervenuti.
Le famiglie degli studenti …bah
E in tutto questo, come fanno tre manager di Google a beccarsi una condanna a 6 mesi di carcere dopo una richiesta del PM di addirittura 1 anno? (che almeno non sconteranno)
Un amico grillino mi segnala questa chiosa dura ma efficace:
YouTube (Google Video, nota mia) ha reso pubblico un reato. Qualcuno è stato punito per quel reato? Si è punito chi ha rivelato uno spaccato delle scuole italiane e del bullismo da quattro soldi con genitori assenti o complici del comportamento dei loro figli. I dirigenti di Google non solo sono innocenti, ma dovrebbero ricevere una medaglia.
La sentenza è un monito: i disabili nelle scuole italiane si possono pestare, ma in incognito.
E’, come chiunque può capire, un problema di privacy.
Non entro nel merito della legge che potrebbe, come argomenta qualcuno, essere realmente applicabile – o interpretabile - in questo modo.
Nel qual caso, aggiungerei io, sarebbe comunque lecito proporre di cambiarla visto che nulla è scolpito nella pietra.
In tutto questo stridono le affermazioni di grande soddisfazione dell’avvocato di Vivi Down, Guido Camera che si lancia a pensare che si tratti di “una sentenza che potra’ diventare un punto di riferimento per chi opera nel settore delle nuove tecnologie e per chi deve legiferare‘”. Peccato.
Va da se che la Rete non se la passa affatto bene in Italia, mannaggia